Occhio di pavone

SchedaSintomi

L’occhio di pavone è la principale malattia crittogamiche dell’olivo. Lo sviluppo di questa avversità è strettamente legato all’andamento meteorologico e poiché il periodo di incubazione della malattia è molto lungo, l’efficacia della strategia di difesa adottata si può riscontrare solo dopo alcuni mesi. Questo ha portato alla codificazione di una strategia di difesa che giustifica due interventi, in fase primaverile ed autunnale, soprattutto nei casi di oliveti posti in siti favorevoli allo sviluppo della malattia.

Distribuzione


La malattia è presente in tutte le zone in cui è coltivato l'olivo

Descrizione e sintomi


Sulle foglie: la pagina superiore delle foglie manifesta macchie circolari di colore bruno, giallastro o verdastro, di diametro che può andare da due millimetri ad un centimetro. Poco a poco le macchie diventano nerastre a seguito della comparsa delle spore.
Dopo la dispersione delle spore le macchie diventano biancastre a seguito di una camera d'aria che si forma tra la cuticola della foglia ed i tessuti sottostanti.
Sulla pagina inferiore delle foglie si nota un annerimento della nervatura centrale. L'attacco sul picciolo si manifesta con un restringimento del diametro che determina l'ingiallimento delle foglia e la sua caduta.
Sui frutti: L'attacco sui frutti è raro e si manifesta principalmente alla maturazione.
Sul peduncolo: Compaiono delle macchie scure, il blocco del passaggio di linfa causa la caduta dei frutti. L'attacco avviene all'inizio della formazione dei frutti o alle prime fasi della maturazione.

Biologia


I conidi trasportati dal vento e dalla pioggia vanno a depositarsi sugli organi sani della pianta assicurando la propagazione della malattia.
In condizioni favorevoli di umidità e temperatura i conidi liberano le zoospore, queste germinano e sviluppano un micelio nello spessore della cuticola senza colpire i tessuti. Questo micelio si nutre per osmosi a partire dalle sostanze cellulari del tessuto epidermico.
Il micelio poi emette delle verso l'esterno delle conidiospore che contengono dei nuovi conidi che chiudono il ciclo.
Per lo sviluppo del fungo sono necessarie condizioni ambientali in grado di favorire la germinazione delle zoospore, in particolare sono necessari elevate percentuali di umidità relativa e temperature comprese tra 10 e 20 °C (l'optimum è compreso tra 12 e 15 °C). Queste condizioni di solito si verificano in primavera ed in autunno.
La durata dell'incubazione della malattia , periodo compreso tra l'infezione determinata dal contatto delle zoospore con i tessuti vegetali e la comparsa delle macchie, può variare dai 3 ai 5 mesi. Per macchie che appaiono nel mese di luglio si può far risalire l'infezione al mese di aprile.
Una diagnosi precoce può essere fatta immergendo un campione di foglie in una soluzione al 5% di NaOH o KOH (idrossido di sodio o di potassio) per un tempo di 2 - 4 minuti a temperatura ambiente se le foglie sono giovani oppure a 55-60°C se le foglie sono vecchie. In presenza di infezione di S. oleaginea si evidenzierà la comparsa di macchioline circolari sulla pagina superiore delle foglie .
Esistono differenze a livello varietale nelle risposte al patogeno. Per quanto riguarda la Toscana, le cultivar maggiormente suscettibili risultano: Pendolino, Moraiolo, Frantoio; tra le più resistenti si annovera solo la c.v. Leccino.

Danni


Il danno più grave è quello a carico delle foglie. La prematura filloptosi può verificarsi anche prima della completa manifestazione della sintomatologia tipica, le macchie fogliari ad “occhio di pavone” . Fattori che influiscono sulla defogliazione sono: l'età della foglia (cadono prima le foglie più vecchie), l'intensità dell'infezione, la localizzazione delle lesioni, agenti meteorologici (vento, pioggia) e la stagione (filloptosi più intense si verificano in primavera). La caduta delle foglie può compromettere non solo il raccolto dell'anno ma, in caso di gravi infestazioni, la vita stessa della pianta.

Strategia di protezione:


Trattamenti preventivi con prodotti a base di rame da eseguire prima della germinazione delle zoospore in primavera e in autunno.
Circa i prodotti da utilizzare, i rameici sono impiegati da tempo con buon successo. La buona resistenza di questi prodotti è nota; tra i rameici, gli ossicloruri sono da preferirsi alla poltiglia bordolese per la possibilità di eseguire trattamenti in miscela con insetticidi.
In sintesi, in condizioni normali, sono consigliabili due interventi, rispettivamente verso la fine dell'inverno - inizio primavera e dopo le prime piogge autunnali.
Nel caso che il decorso stagionale sia arido in uno dei due periodi può essere sufficiente un solo intervento anticrittogamico. Riguardo all'attività dei fungicidi rameici, è interessante ricordare come, nel caso dell' "occhio di pavone", essi svolgano una duplice funzione di protezione delle foglie non ancora infette ed un'azione defogliante a carico della vegetazione infetta.
In particolare, quest'ultimo aspetto sembra legato a processi di fitotossicità del rame, che riuscirebbe a penetrare nel mesofillo delle foglie attaccate dal patogeno.
L'importanza di questa azione parzialmente eradicante è legata al fatto che dalle foglie cadute a terra il fungo difficilmente riesce ad infettare di nuovo la pianta.
Il trattamento all'inizio della primavera, anche se non protegge le foglie che verranno formate nelle settimane seguenti, riduce notevolmente la possibilità che esse vengano infettate, in quanto elimina buona parte dell'inoculo presente.

Last Update 18-01-2011
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